“Intervista a Pasolini” è una cosa nuova.
Alan Moore, l’autore di fumetti che ha scritto “From Hell”, ha affermato che il solo modo per scrivere di storia è attraverso la fiction. Non so se ha proprio detto queste precise parole, ma da qualche giorno me le ripeto e le ripeto ad altri e mi sembrano sempre più vere. Penso sia questo che sto cercando di fare con “Intervista a Pasolini”. Cerco di mettere in gioco il pensiero del poeta, la sua biografia, la sua bibliografia, le sue parole e le testimonianze da lui lasciate nelle interviste giornalistiche e televisive cercando modi e forme per rendere tutto questo letteratura, non saggistica. Praticamente un romanzo a fumetti.
E insisto a vivere tutto sul filo dell’esperienza personale, spingendo l’autobiografia, l’autorappresentazione fino a descrivere il viaggio per la realizzazione dell’opera e a cercare di viverlo prima di scriverlo. Nessun distacco, tutto in una contemporaneità che farà del mio libro, in fondo, un diario. Questo modo di affrontare il lavoro, non questo che vado a comunicare, ma tutti i miei fumetti precedenti a questo, l’ha intuito per primo Igort. Mi aveva suggerito di reimmaginare tutto cio’ che avevo scritto e disegnato in vita mia come un diario, come il documento di un artista, senza soluzione di continuità. Forse oggi prendo coscienza di questo suo suggerimento per superarlo. Il diario ha bisogno di essere scritto, percio’ ha bisogno di una vita da raccontare. Questo io cerco. Cosi’ sono andato a Casarsa della Delizia (un ossimoro, il primo) a visitare la casa che fu di Pasolini, comperata dalla Provincia di Pordenone e RISTRUTTURATA.
Penso che ci sia stato anche qui una guerra fatta di parole. La casa è stata appunto RISTRUTTURATA, ma forse avrebbe dovuto essere RESTAURATA. La ristrutturazione ha cancellato il documento che avrebbe potuto essere questa casetta di quattro stanze e due piani regalandoci una modesta casa piccolo-borghese anni ’80, ma la cordiale disponibilità del bibliotecario Marco e la coscienza della fasulla ristrutturazione cresciuta ormai in tutto il paese di Casarsa, mi hanno fatto vivere quella visita comunque con un prolungato brivido di commozione. Marco mi ha poi mostrato custoditi in biblioteca, i manoscritti del poeta. Le prime stesure delle poesie a Casarsa, scritte con calligrafia nervosa e impaginate con perizia a modo di menabo’ per la stampa: frontespizio, dedica, e ora le poesie, in una prima stesura, poi rimaneggiata e abiurata, come sarà per sempre. Mi sono iscritto alla biblioteca e ho preso in prestito tre libri. “Atti impuri e Amado Mio”, “Pasolini su Pasolini” , un intervista di una giornalista irlandese a Pasolini rilasciata nel 1969 e “La meglio gioventù di Pasolini” di Giuseppe Mariuz, un documento sui ricordi del Friuli negli anni della guerra.. Sono tornato a casa per leggere e mi sono a occorto subito che non stavo bene. Mi sembra quasi di essere inseguito da un fantasma. O forse è una orribile realtà. Comunque per la prima volta, in vita mia ho desiderato con tutto me stesso di non essere a Pordenone, di non essere a casa mia. Vado da Marcella a Trieste, con Enrico e gli studenti. Quattro giorni di distacco da quasi tutto. Per leggere i libri che ho preso in biblioteca e per scappare da quella cosa che mi sembra mi stia cercando.
Preparo tutto e vado a Trieste dimenticando clamorosamente i libri sul tavolo della cucina. A Trieste Marcella ha un libro di Pasolini in casa. Come tutti gli studenti ignorantelli. Si intitola “Le belle bandiere”. Me lo faccio. Ma io sono venuto a Trieste per Pasolini e per sentire la voce di Lilla. Voglio dirle che sto partendo per un viaggio che s’intitola “Intervista a Pasolini”. Lei mi puo aiutare. Ho provato a spiegarle cio che voglio fare. Lei ha capito quello che voleva e ha cominciato a rovistare nei suoi ricordi come una mano in una borsetta e ha tirato fuori, in ordine sparso frammenti di una foto strappata e da ricomporre di un Pasolini disilluso, tormentato da una pulsione erotica bruciante, lo stesso che avevo intravisto in una intervista fatta poco prima che morisse. Su una spiaggia che poteva essere Grado o Ladispoli. Ho provato a sbirciare nella sua borsetta per veder se ci trovavo anche il Pasolini più sorridente, rivoluzionario e marxista, mi sarei accontentato anche di uno romano, non cervavo quello bucolico del periodo del rifugio friulano, ma lei me lo ricacciava indietro dicendomi che il Pasolini che lei sta ricomponendo è il Pasolini da ricordare e perché Pasolini per tutta la vita ha riletto tutto, abiurato rinnegato e riscritto tutto. Ma cos’ è la coscienza di un autore, il suo autocontrollo la propria rilettura, contro la folgorazione dell’ispirazione? avete gia capito la
risposta che io daro’. Ho continuto a ribadire il concetto che una passione per la vita, per la scrittura cosi’ totale è stata mossa da un dolore enorme. E il motivo del suo dolore io penso di conoscerlo. E’ per questo che voglio questo libro. E’ un dolore profondo contro la sofferenza del mondo. Per un uomo che ascolta questa sofferenza è lancinante e non trova ragione se non in una razzionalizzazione robusta, in una presa di coscienza. Ma quello che puo’ uscire da una bocca sulla quale riconosco questa smorfia, cio’ che viene fuori è un canto. Lieve e straziato. La poesia.
A Lilla non penso piacerebbe questa mia visione cosi’ sentimentale, … ci fosse un altro termine meno scemo. Atroce è un aggettivo che Pasolini usava moltissimo. Atroce è vivere in un
mondo di passaggio, per la prima volta. Si puo’ solo sbagliare. Comunque la parola chiave che Lilla mia ha regalato è BATTICUORE. Quello che provi verso le cose belle. Verso le persone che desideri, quello che ti viene quando incontri uno sguardo. E cosa ti puo’ ancora dare BATTICUORE? Un linguaggio apparentemente monco come il fumetto puo’ dare spazio a nuove bellezze, quelle davanti alle quali trasali, e hai un batticuore come lo chiamava il sig. Pasolini. Insomma un Batticuore sto cercando. Un luogo della battaglia e del piacere e penso che questo libro potrà essere questo. E se il mio libro non diventerà un capolavoro assoluto, verrà comunque ricordato come una cosa nuova.
Lilla mi ha detto che verrà bello perché lo faccio io. Verrà bello perché sarà un romanzo a fumetti come non ne ho mai fatti e potra’ fare a meno di fare i conti con 3000 anni di storia delle letteratura. Più novecentescamente potra’ fare i conti con poco più di cento anni di scrittura. E percio’ le vene tremano meno e lo sforzo mi sembrerà possibile. “Intervista a Pasolini” è una cosa nuova.
Qualche mese fa Enrico, dovendo sostenere un esame per il suo corso di laurea in ‘Scienze della comunicazione’ presso la facolta’ di lettere a Trieste, venne a contatto con un poeta che lavoro’ con il cinema. Pier Paolo Pasolini.
Io ed Enrico siamo legati da una parola, un ossimoro precisamente : TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI (come i fratelli siamesi ma a differenza di loro noi siamo in tre…e se il nome deriva dal fatto che i due erano originari del Siam, potremo noi tre chiamarci con il neologismo, fratelli friulani…o pedemontani…o pordenonesi) e cosi’ che la comunicazione fra noi non avvine solo attraverso le parole ed Enrico mi viene a dire con le parole e anche con altro che, dentro Pasolini c’e’ qualcosa che lui riconosce mio.
Ma di Pasolini conosco poco, anzi, quasi niente. Che cosa mi vuole dire Enrico?
E cosi’ e’ che mi sono imbarcato nel viaggio che mi vede ora sulla strada della realizzazione di
un qual’cosa. Il progetto ha un nome: “Intervista a Pasolini”.
Perche’ questo e’ il mio modo di conoscere, e voi gia lo sapete. Disegnare.
Le cose ti chiamano ogni tanto. Non vorrei sembrare sciocco ma a me succede cosi’.
Entro in libreria e mi faccio chiamare dai libri. Quando compero i disci va di solito peggio
e spesso compro cose non entusiasmanti, ma con i libri ho piu’ sintonia.
Se stai sveglio con questa parola chiave in testa, Pasolini, senti che e’ un nome fortemente presente …tanto per cambiare la settimana dell’ “illuminazione” (perche’ cosi’ io descrivo la scintilla che porta alla scrittura) nella mia radio preferita, Radio 3, hanno realizzato un documentario di 5 giornate sui ‘luoghi pasoliniani’ con documenti registrati della gente che l’ha conosciuto. Comunque il suo fantasma si muove ancora nella cultura occidentale. Dentro le case degli studenti per esempio, giovani e pronti ad ascoltare. Pronti a riconoscere maestri (e quanto piaceva insegnare a Pasolini!). La voce del poeta arriva, magari attraverso i suoi film…e questo mi e’ capitato. Vado a casa di Enrico, a Trieste, dove vivono come gatti randagi alcuni ‘studenti modello’, non perche’ siano particolarmente diligenti, quanto perche’ sembrano dei “modelli” di “studente fuorisede” (e non vorrei sembrare offensivo). Comunque raccontavo che, in questa casa, fra una playstation e un aperitivo, la voce di Pasolini esce ancora dalla bocca di Orson Welles con il suono di quella di Giorgio Bassani, in perfetto sincrono, per pronunciare parole chiave, come broghesia, orrore, poesia…contestazione. Vado a dormire con queste parole nella testa, ascoltate in un intervista televisiva disponibile sulla raccolta video pubblicata da Einaudi “Paolini racconta Pasolini”: “Un autore e’ sempre una contestazione vivente, contro lo stato, contro l’istituzione, contro il senso comune”…Enrico mi ha aperto una porta e io ci sono entrato.
Ci ho messo un anno a fare questo nuovo libro. E’ una biografia. Lunedi’ sara’ in vendita…e’ arrivato il momento di allontanarsi da quello che ho fatto e lasciare lo spazio a chi lo leggera’. Sono pronto a farmi da parte.
Queste che seguono sono le parole che precedono il libro. Le ho scritte io, un po’ per spiegare , un po’ per capirmi…
‘CARNERA. La montagna che cammina’ racconta la storia del pugile friulano, dalla partenza dal suo paese di origine, Sequals, alla conquista del mondiale, a New York, il 29 giugno del 1933.
Questo che avete in mano è un romanzo speciale, una biografia a fumetti, ma non aspettatevi una lettura didascalica, il mio ‘CARNERA. La montagna che cammina’ l’ho immaginato come un ‘piccolo film tascabile’.
Per fare questo libro ho ricostruito la vita del campione friulano basandomi sulle tante biografie che negli anni sono state realizzate, perché da quei lontani anni Trenta del secolo scorso, l’interesse su Carnera, in realtà non si è mai affievolito. Le cose che ho raccontato, ripercorrendo l’epopea di una storia sportiva assolutamente documentata, quando non sono vere, sono verosimili e fanno capire il grande impatto, oggi si direbbe mediatico, di un personaggio che puo’ essere considerato uno dei primi sportivi moderni.
Ho camminato sulla piazza di Sequals, ripensando ad un ragazzo che, negli anni Venti parte da li’, come tantissimi emigranti friulani in cerca di fortuna, con la pancia che brontola per la fame e, pochi anni dopo vede il suo sogno realizzarsi.
Ho visionato film e foto dell’epoca per ricostruire la New York degli anni Trenta e sono stato negli Stati Uniti, precisamente a Miami, per capire lo stupore di un europeo che arriva in America.
Non sono propriamente un disegnatore realistico e il mio Carnera è a volte realistico, a volte stilizzato, quello che mi interessa è avvicinarmi il più possibile al carattere del pugile. Ma è stata la forza visiva del gigante l’elemento che mi ha reso facile immaginare una narrazione per immagini. Un giovane gigante (Carnera aveva 26 anni quando vinse il mondiale) che da fenomeno da circo, diventa un atleta vero e gioca la carta della sua diversità in un mondo difficile e spietato come quello della boxe. Un ragazzo che, nel suo incredibile percorso, incontra con uguale semplicità principi, dittatori, manager spietati, uomini e donne dello spettacolo e tantissima gente, anzi folla, massa. Quell’elemento entrato prepotentemente all’interno della comunicazione novecentesca, che spesso non ha volto o nome, ma che ha avuto un ruolo reale nella vicenda di questo atleta. Un ragazzo enorme che ha vissuto una vicenda enorme, ed è diventato un simbolo per un Paese in cerca di affermazione e riconoscibilità quale era l’Italia negli anni del fascismo. Primo, eroe delle folle (si fermavano le fabbriche quando passava per le città d’Italia e d’America), era cosciente di essere in debito con il suo pubblico, esattamente come i grandi attori, come gli uomini pubblici, quelli più intelligenti e il suo modo per mostrarlo era il sorriso. L’ho capito quando mi sono trovato davanti al problema di disegnare la faccia del campione.
Carnera era un moderno Golia, un maciste, amato dalla gente innamorata del suo spettacolare fisico e del sorriso generoso di eroe buono, cosi’ e’ come si potrebbe stilizzare la figura del campione.
Per immaginare una scrittura che sostenesse questa idea sono partito, come sempre mi succede da qualcosa a me familiare, l’amore che mio nonno Giovanni, quasi coetaneo del campione, portava per Carnera, come lui, accompagnato nel suo percorso esistenziale da una moralità semplice, dove il forte coincide con il buono e il buono con il giusto. Ho riconosciuto nei gesti atletici di mio nonno il tentativo di imitare stile e potenza del gigante e ora, dopo la mia ricerca posso dire che Giovanni Toffolo era un buon imitatore. Lo disturbava molto sentire parlare di Carnera come di un atleta dalle dubbie doti pugilistiche e, per chiunque abbia visto un filmato del pugile sul ring, sarà facile capire perché. Sul filo del ricordo, attraverso i racconti di mio nonno, grande sostenitore del boxer, ho potuto approfondire la mia ricerca senza dimenticare l’amore e l’emozione con la quale il gigante di Sequals ha colorato la ‘mitologia quotidiana’ della mia famiglia.
Ma questa che racconto è anche la storia di un’amicizia fra un ragazzo e un uomo, un manager dalle buone capacità, che ha saputo intuire nella faccia e nella voce di un giovane emigrato italiano in Francia la possibilità di realizzare il proprio sogno, quello di conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi.
Nel riordinare i documenti della vicenda mi si è rivelata, parallelamente alla cronaca sportiva, la storia di un ragazzo che diventa un uomo, perché in fondo questo è quello che credo sia successo in quel periodo della sua vita.
Buona lettura
VOLO SULLA MIA CITTA’
volo sulla mia città con la bicicletta
e faccio finta di non sapere quanto male fa cadere giù
con la luna appiccicata sulla schiena
e la testa piena di petali di te
volo sulla mia città con la bicicletta
e spero non mi faccia male stare senza
e se solo mi spavento
cado giù e se solo mi spavento
sono ora come sono sempre stato un
bambino in piedi in mezzo al prato
in mezzo all’erba verde più alta di me
sono ora come sono sempre stato
ho scritto questo pezzo in un momento difficile, quando facevo a pugni con il malessere che si avvicina alla depressione. In fondo a quel buco ho avuto l’intuizione di essere il solo responsabile della mia esistenza (e per questo anche delle mia disgrazie). Quanta presunzione c’e’ in un ragazzo di provincia che decide di diventare un inventore di immaginario? Ma c’e’ una sola realta’ per un cantastorie. La realta’ e’ credere alle proprie BUGIE. Crederci fino a riuscire a volare con una bici. E cosi’ mi sono sentito piccolo ,anzi, bambino, quando la mia passione era capire come la natura aveva elaborato infinite forme di esistenza, tutte diverse ma ugualmente bellissime.
‘Sono ora come sono sempre stato’ e se solo ci credero’ lo saro’ per molto ancora.
BEAT(o)
quante cose posso fare in un giorno solo
forzare la mia ispirazione in cambio di denaro
andare a centottanta all’ora cavalcare il mio futuro
lavorare pedalare camminare
ma quello che mi piace è star disteso sulla terra
e sincronizzare il fiato con il battito che ha
esplorare senza luce le stanze del cervello
e annusare l’aria per capire se domani pioverà
sar? aperto e disponibile
sottomesso ad ogni cosa
come un santo del passato
per un futuro beat
quanti sbagli posso fare in un giorno solo
allontanare il freddo stringendoti di più
stare in orbita costante sopra quello che vorrei
lavorare pedalare camminare
ma quello che mi piace è starmene da solo
non per questo non mi piaci
ma a me piace cos?
e qualche volta scrivere
per far capire al mondo la visione che ne ho
sarà aperto e disponibile sottomesso ad ogni cosa come un santo del passato per un futuro beat
Questo e’ il brano che chiude il disco.
l’ho scritto quando ero a Miami ma in realta’ racconta di Luca. Poche parole oltre a quelle gia scritte. Un’ indicazione: centra con ‘scrivere bop’ del sommo beat, come gia ho scritto, ma anche molto con noi, TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI.
E’ colpa nostra se abbiamo immaginato il gruppo come un viaggio esistenziale e non come un prodotto?
e poi dentro c’e’ anche un certo PIERO CIAMPI che era uno che scriveva cose bellissime e pochissimi se ne sono accorti prima che fosse realmente morto.
Un allegro ragazzo morto praticamente.
Il disco e’ finito.
Giorgio Canali ha concluso il suo lavoro meraviglioso per dare un colore ai nostri nuovi undici piccoli mondi e ora c’e’ l’ho a casa.
Il disco e’ pronto e questo vuol dire anche qualcuno l’ha gia ascoltato.
Le persone piu’ vicine, per ora.
Siamo ancora l’ ‘adolescente eterno’ ma questa volta il panorama e’ piu’ ampio, gli schemi meno rigidi, i colori vari, l’emozione vibrante,il suono piu’ vero… un passo nuovo.
Questo dice piu’ o meno chi lo ha ascoltato.
Cosi’ posso dire che la visione del titolo, era una visione rivelatrice.
LA TESTA INDIPENDENTE.
Una testa (la mia) che rotola sull’asse delle braccia e incontra, nella mano desta, una altra testa (quella di Luca), per rotolare ancora ed incontrarne un altra (quella di Enrico) sulla mano sinistra.
LA TESTA INDIPENDENTE.
Quella che ci piacerebbe avere.
E pensare che dentro a questo disco che sentiamo cosi’ ‘nuovo’ ci sono anche cose lontanissime, che sono pezzi della nostra memoria.
LA TESTA INDIPENDENTE contiene una canzone di miSs xoX & Andy Warhol Banana Technicolor, del 1979, uscita 21 anni fa nella compilation THE GREAT COMPLOTTO che si intitola I AM IN LOVE WITH MY COMPUTER.
Questa canzone e’ il risultato di un pensiero di adolescenti di fine millennio pronti ad immaginarsi un futuro ‘ nuovo e possibile’. Con i loro synt analogici, cercando di sintetizzare le batterie per dare un suono ad un futuro-naif che assomigliasse, almeno in parte, alle loro letture fantascentifiche. Una stagione lontana e come molte cose lontane ha quel gusto di zucchero filato. Allora vi ricordo, siamo a PORDENONE, provincia dell’Impero della comunicazione, Italia, 1979.
Che quel synt suonato da Jonny bee Good e l’incredibile voce dell’inventore di mondi miSs xoX potessero ancora evocare quel momento di fine secolo in modo cosi’ preciso, l’ho potuto scoprire ascoltando la canzone finita.
IAM IN LOVE WITH MY COMPUTER
sara’ ancora colpa del fiume, o che vivo nel culo del mondo,
sara’ che sono diventato un cartone da TV,
sara’ che ricordo benissimo quando sembrava possibile…
I am in love with my computer!
UN INVERNO A PORDENONE
prova a stare con me un altro inverno a Pordenone
sara’ un letargo dolce senza inverno e freddo
sara’ perche’ e sempre troppo uguale
…
Dice che qui non resta
che quello che vuole qui non c’e’
ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta,
che non lo fermera’
il bene che gli vuoi ancora
il bene che ti vorra’
(e ripete)
sto bene solo
con le mie scarpe nuove
il resto non mi muove
lontano dalla mia casa piu’ della luna
e la sola cosa che posso desiderare
io, io solo contro il mondo
e meglio se mi calmo
lontano dalla mia casa piu’ della luna
e la sola cosa che posso desiderare
dice che qui non resta
che quello che vuole qui non c’e’
ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
dice che qui non resta,
che non lo fermera’
il bene che gli vuoi ancora
il bene che ti vorra’
prova a stare con me un altro inverno a pordenone
sara’ un letargo dolce senza inverno e freddo
sara’ perche’ e sempre troppo uguale
UN INVERNO A PORDENONE era il titolo di un ‘cofanetto’ di tre 45 giri, realizzato da alcuni gruppi del Great Complotto di Pordenone attorno al 1980.
L’intuizione del titolo era forte e mi ha spinto a scrivere un omaggio a quel ‘momento’ dove non c’era distanza fra il fare e l’essere, dove gli adolescenti raccontavano e vivevano la loro condizione in tempo reale. Ma e’ anche la canzone alla mia citta’. Io la chiamo la capitale del rock perche’ per me lo e’ realmente stata. Gli unici ‘miti’ musicali che ho avuto da minorenne provinciale li ho vissuti da vicino. Si chiamano Miss XOX, 0010011, MESS, insomma la scena del Great Complotto di Pordenone, parlo del 1980, un po’ prima e un po’ dopo, quando , subito dopo il punk tutto sembrava possibile e nuovo. Tutto sembrava per la prima volta. Ecco perche’ nel nuovo disco c’e’ anche una ‘cover’ di un gruppo dei quel mondo. Si intitola I AM IN LOVE WITH MY COMPUTER. Nella sua ‘previsione ‘ del futuro prossimo MISS XOX ci aveva visto giusto.
volo sulla mia citta’
con la bicicletta
e faccio finta di non sapere quanto male fa cadere giu’
con la luna appiccicata sulla schiena
e la testa piena di pitali di te
volo sulla mia citta’
con la bicicletta
e spero non mi faccia male
stare senza
e se solo mi spavento
e se solo mi spavento
cado giu’ e cado giu
e se solo mi spavento
e se solo mi spavento
sono ora come sono sempre stato
un bambino in piedi in mezzo al prato
in mezzo all’erba verde, piu’ alta di me
sono ora come sono sempre stato
e se solo mi spavento
cado giu’ e cado giu
e se solo mi spavento.
Ho scritto queste righe per raccontare un momento buio. Una depressione. Insomma la chiamano cosi’ ma io la chiamo anche in un altro modo. Rock & roll, un giorno su due giorni giu’. A me succede spesso e non sono riuscito ancora ad abituarmi. Ongi volta che suono, ogni volta che pubblico qualcosa, perdo un pezzo di me e come reazione all’eccitazione , segue il buio. Percio’ Rock & roll, un giorno su due giorni giu’. E non dico che cosa mi provocano le telecamere televisive. Penso sia per questo che ho scelto l’assenza dell’immagine pubblica per la cosa a cui tengo di piu’. Il mio gruppo. Ho provato a descriverla con una metafora questa depressione che mi prende, ciclica. Come una bicicletta che vola, solo se sto bene. la srittura poi ha aperto un frammento della mia infanzia, quando il mio interesse piu’ grande era capire la natura e passavo guiornate da solo dentro i campi non coltivati della periferia di Pordenone. Pordenone, un altro elemento importate delle canzoni nuove ma questo ve lo racconto domani.
ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa che sia vera,
ogni a dolescenza coincide con la guerra
che sia vinta che sia persa
oggi canto del mio braccio
che mi ha tradito
oggi del sorriso che non trovo piu’
oggi canto del mio amico che mi e’ morto accanto
e della sua morosa che non crescra’
ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa che sia vera
ogni a dolescenza coincide con la guerra
che sia vinta che sia persa
e non ti vantare se la tua e’ stata mondiale
la mia sembra solo un fatto personale
e non ti vantare se ci hai perso un fratello
la guerra e’ guerra
e succedera’ anche a me
e non ti vantare se la tua si chiama vietnam
la mia e’ poco piu’ di un argomento da giornale
e non ti vantare se ci hai perso un fratello
un amico mio ci ha perso il cervello
ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa che sia vera
ogni a dolescenza coincide con la guerra
che sia vinta che sia vera.
(treallegriragazzimorti)
Questa canzone e’ venuta fuori da alcune cose che avevo letto, in particolare un intervista del disegnatore americano Robert Crumb, che con il suo cinismo aveva esplicitamente detto che se la generazione dei sui genitori aveva come immaginario comune la Seconda Guerra Mondiale, lui e i suoi amici avevano come sfondo comune la guerra dell’LSD…
Io ho immaginato qualcosa di piu’ ‘universale, con una filastrocca che resta cinica , ma e’ anche un po’ di piu’.
E’ un ritratto, e come tale non parla di me direttamente, ma di quello che ho visto intorno.
Il sottomarino e’ in subbuglio perche’ la filastrocca e’ talmente cristallina che potrebbe anche essere il ‘singolo’ del nuovo disco. Haime’, bisogna decidere pure queste cose. Altre canzoni arrivano altrettanto limpide e la pancia del sottomomarino si agita per una decisione da rimandare.
Come promesso la prossima sarebbe arrivata direttamente dalla pancia del sottomarino e cosi’ e’.
10 giorni senza vedere terra, solo l’acqua a volte limpida a volte sabbiosa del suono. Il comandante Canali ha deciso la rotta. Non useremo il satellite per questa attraversata. Solo attrezzi tradizionali, bussola , sonar e carte per leggere il cielo. Percio’ non resta che suonare al meglio delle nostre capacita’, di fronte a microfoni che sembrano pistole, in una stanza calda come le sale macchina di un tempo , dove era il carbone a muovere i motori. C’e’ anche un computer e due tenenti giovani, Manu e Gigi.
Siamo arrivati all’avventura senza aver programmato TUTTO, come eravamo soliti fare per gli altri viaggi. Volevamo un ‘avventura ‘vera’ e l’abbiamo avuta. I primi giorni sono serviti per assestare le tonalita’, trovare le strutture, forzare le accordature per capire che cosa potevano essere le nuove canzoni. E ancora provare le chitarre, ognuna con la propria voce, le pelli della batteria e le risposte delle ‘bacchette’, ancora il basso … e basta per ora.
Trio, tre allegri ragazzi morti, ma prima della fine delle registrazioni qualche altro strumento entrera’ nel trio. Nelle notti dei sogni, dove sono apparsi il sottomarino nero e le altre immagini ipnagogiche, suonava , stonato, un trobone… presto arrivera’ anche il trombone.
Che cosa sono queste canzoni ‘storte’ che il sonno ha regalato?
Le evocazioni sono quasi una ventina .
Dopo un po’ ne rimangono undici.
Saranno Undici le canzoni del nuovo CD, come erano undici quelle di MOSTRI E NORMALI.
Tutte nuove intanto, tranne una… era il nucleo armonico sulla quale e’ nata OCCHI BASSI. Si chiama IL TERZO MILLENNIO ed e’ una filastrocca scritta da una ragazzina ad un mio amico, sempre lui, FORTUNELLO.
Come spesso succede sono i testi che indicano la strada, per poi lasciare il passo alla musica
Quando la lessi, ormai tanti anni fa ( Il testo appare anche nel libro Piera degli Spiriti-Kappa Edizioni-). Lo trovai geniale nella sua semplicita’ e poesia.
Il testo dice cosi’:
” Nel terzo millennio
il bello sara’ brutto,
il bianco sara’ nero,
sara’ obbligatorio il sombrero,
e il pollo sara’ un frutto.
Nel terzo millennio
avremo 53 gradi
la sera, di giorno, di notte
le case sarannno gli armadi
e le scuole saranno le grotte
Nel terzo millennio
Le donne chiameremo uomini,
e gli uomini bistecca o prosciutto
ma un bacio resta sempre un bacio
e un rutto resta sempre un rutto.”
Un genio questa ormai ex bambina.
Ma allora di cosa racconta questo disco nuovo, e come si intitolera?
L’avventura e’ appena cominciata , e da oggi il segnale del sottomarino nero si fara’ piu’ frequente.
A domani.